TFR in azienda o nel fondo pensione: cosa cambia davvero
TFR lasciato in azienda o versato nel fondo pensione: rendimento, tasse, costi e rischi a confronto, con una simulazione su 25 anni.
Massimo Toso
11/7/20264 min read
In breve: per chi ha davanti molti anni di lavoro, il fondo pensione è spesso la scelta più efficiente. Il motivo principale è la tassazione finale molto più bassa (dal 15% fino al 9%) rispetto a quella del TFR lasciato in azienda, e in più c'è il possibile contributo del datore di lavoro. Il TFR in azienda resta una scelta difendibile per chi è vicino alla pensione o non tollera alcuna oscillazione del capitale.
Molti lavoratori dipendenti decidono dove mandare il TFR il primo giorno di lavoro, su un modulo, senza pensarci. È una scelta che su 20 o 30 anni può valere decine di migliaia di euro. Vediamo come funzionano le due strade.
Come funziona il TFR lasciato in azienda
Il TFR lasciato in azienda viene rivalutato ogni anno con una formula fissa: 1,5% più il 75% dell'inflazione (indice ISTAT). Con un'inflazione al 2%, la rivalutazione è circa il 3% lordo.
Tasse sulla rivalutazione: imposta sostitutiva del 17%.
Rischio di mercato: nessuno. La rivalutazione non dipende dalle borse.
Tasse all'uscita: la liquidazione è soggetta a tassazione separata, calcolata sull'aliquota media IRPEF degli ultimi anni. Per molti lavoratori significa il 23% o più.
Un rischio spesso dimenticato: nelle aziende con meno di 50 dipendenti il TFR resta nelle casse dell'azienda. Esiste un Fondo di garanzia INPS in caso di insolvenza, ma i tempi possono essere lunghi.
Come funziona il fondo pensione
Nel fondo pensione il TFR viene investito sui mercati finanziari, nel comparto che scegli in base al tuo orizzonte e alla tua tolleranza al rischio (garantito, obbligazionario, bilanciato, azionario).
Tasse sui rendimenti: 20% (contro il 26% della maggior parte degli investimenti finanziari).
Tasse all'uscita: 15%, che scende dello 0,3% per ogni anno di adesione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9% dopo 35 anni.
Contributo del datore di lavoro: nei fondi negoziali (di categoria), se versi anche una piccola quota tua, il contratto collettivo spesso prevede un contributo aggiuntivo dell'azienda. Se non aderisci, quei soldi li perdi.
Deducibilità: i versamenti volontari e quelli del datore di lavoro sono deducibili fino a 5.300 euro l'anno (limite alzato dalla Legge di Bilancio 2026; prima era 5.164,57 euro). Il TFR conferito, invece, non è deducibile.
Costi: i fondi negoziali costano spesso tra lo 0,2% e lo 0,5% l'anno; i fondi aperti e i PIP possono superare l'1,5–2%. Su 25 anni la differenza pesa molto.
Il confronto in sintesi
Rendimento — TFR in azienda: 1,5% + 75% dell'inflazione; Fondo pensione: dipende dal comparto e dai mercati
Tasse sul rendimento — TFR in azienda: 17%; Fondo pensione: 20%
Tasse all'uscita — TFR in azienda: tassazione separata (spesso 23% o più); Fondo pensione: dal 15% al 9%
Contributo del datore — TFR in azienda: no; Fondo pensione: spesso sì, nei fondi negoziali
Costi — TFR in azienda: nessuno; Fondo pensione: da circa 0,2% a oltre 2% l'anno
Rischio — TFR in azienda: nessun rischio di mercato; Fondo pensione: rischio di mercato, più basso su orizzonti lunghi
Una simulazione su 25 anni
Esempio illustrativo, non una previsione. Un dipendente di 40 anni con una retribuzione lorda di 40.000 euro matura circa 2.960 euro di TFR all'anno. Ipotizziamo inflazione al 2% e 25 anni di versamenti.
TFR in azienda: rivalutazione netta di circa il 2,5% annuo → circa 101.000 euro lordi a fine periodo. Con una tassazione separata ipotetica del 25% sui circa 74.000 euro di quote versate, restano circa 82.500 euro netti.
Fondo pensione (comparto bilanciato, rendimento ipotetico del 3,5% annuo al netto di costi e tasse): circa 115.000 euro. Con la tassazione d'uscita al 12% (25 anni di adesione), restano circa 106.000 euro netti.
La differenza è di circa 24.000 euro, senza contare l'eventuale contributo del datore di lavoro e il risparmio fiscale sui versamenti volontari. Naturalmente, se i mercati rendessero meno dell'ipotesi, la differenza si ridurrebbe.
Allora cosa conviene?
Dipende da tre fattori.
Orizzonte temporale. Con più di 10–15 anni davanti, il tempo lavora a favore del fondo: interesse composto e tassazione d'uscita più bassa. Vicino alla pensione il vantaggio si assottiglia.
Contributo del datore di lavoro. Se il tuo contratto lo prevede, rinunciarci è quasi sempre un errore: è una parte di retribuzione che ottieni solo aderendo.
Tolleranza al rischio e resto del patrimonio. Se il TFR è il tuo unico cuscinetto e non sopporti di vederlo oscillare, la garanzia del TFR in azienda ha un valore reale, anche se matematicamente rende meno.
La mia opinione, guardando i numeri: per la maggior parte dei lavoratori con un orizzonte lungo, il fondo pensione, meglio se negoziale e con costi bassi, è la scelta più efficiente. Ma il comparto va scelto con attenzione e rivisto nel tempo.
Domande frequenti
Posso cambiare idea dopo aver scelto?
Se lasci il TFR in azienda puoi decidere in qualsiasi momento di versarlo in un fondo pensione. La scelta opposta, invece, non è possibile: una volta nel fondo pensione, il TFR futuro non può tornare in azienda.
Posso ritirare i soldi dal fondo pensione prima della pensione?
Sì, in alcuni casi previsti dalla legge: spese sanitarie, acquisto o ristrutturazione della prima casa, altre esigenze dopo 8 anni di adesione. Esiste anche la RITA (rendita integrativa temporanea anticipata) per chi lascia il lavoro qualche anno prima della pensione.
Massimo Toso, consulente finanziario indipendente iscritto all'Albo OCF (matricola n. 631135), partner di IoInvesto SCF. Questo articolo ha finalità informative e non costituisce una raccomandazione personalizzata. Le simulazioni sono esempi illustrativi: i rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri. Dati fiscali aggiornati a novembre 2026.
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